Cavallificazione: corri, fai, corri.

Di Animo, 2025

La Cavallificazione

C’è un momento preciso nella storia in cui il cavallo smette di essere indispensabile. Non è un momento drammatico, nessun decreto, nessuna cerimonia. È graduale, quasi impercettibile. Un giorno trasporti messaggi urgenti da una città all’altra, il giorno dopo qualcuno decide che un cavo sotterraneo può fare lo stesso lavoro, solo più velocemente, senza stancarsi, senza mangiare, senza morire.

Il cavallo non ne ha idea,

Povero stronzo.

Ma Io, geniale mente Divina di essere umano, posso raccontarlo, al posto suo.

L’evoluzione

La prima generazione di cavalli vive interamente dentro il proprio valore. La bestia ignara rappresenta il sistema nervoso del mondo pre-industriale. Ogni messaggio importante, ogni spostamento di merci pesanti, ogni viaggio che conta passa attraverso il cavallo. é infrastruttura vivente. Non si pongono domande sul loro ruolo perché il loro ruolo è ovvio, necessario, insostituibile.

Poi arriva la ferrovia.

Non immediatamente tutto cambia, ma qualcosa si incrina. I cavalli continuano a lavorare, anzi, lavorano ancora di più, trasportano materiali per costruire un sistema di rotaie che piano piano li renderà obsoleti.

C’è una sorta di ironia crudele in questo, ma il cavallo non ha tempo per l’ironia. Tira, corre, trasporta.

La seconda generazione nasce nel mezzo di questa transizione. Alcuni cavalli vedono ancora i treni come alleati: portano merci alla stazione, collegano le rotaie con i villaggi più remoti.

Nella città qualche puledro comincia a sentire la pressione. I tram elettrici sostituiscono le carrozze trainate. Le strade si riempiono di automobili che non hanno bisogno di fieno, che non si stancano, che non scalciano e per un qualche motivo costano sempre meno.

Poco importa. I veicoli maledetti hanno un punto debole: la guerra.

Note dell’autore: si concede al lettore, con questa nota, qualche secondo per meditare sulle molteplici, idiote contraddizioni incite nella frase precedente.
Sia ben chiaro che l’autore è perfettamente cosciente che il cavallo difficilmente interpreta la guerra come un proprio vantaggio competitivo, e che la guerra rappresenta tendenzialmente un “punto debole” per qualsiasi entità coinvolta, viva e non.
Tuttavia, l’idea di un cavallo che articola la frase in questione, é sufficientemente esilarante agli occhi dell’autore per giustificarne l’inserimento nel testo.

La battaglia

Durante la Prima Guerra Mondiale vengono impiegati circa otto milioni di cavalli. Otto milioni. Trasportano cannoni, rifornimenti, feriti. Caricano nelle trincee. Muoiono nel fango, sotto il fuoco delle mitragliatrici, avvelenati dal gas. Sono eroi involontari di una guerra che non capiscono, ma che comunque combattono.

Eppure anche qui, anche nel loro ultimo grande teatro, qualcosa sta cambiando. I carri armati cominciano a sostituirli. Gli aerei da ricognizione rendono inutili le loro pattuglie. Alla fine della guerra, i pochi cavalli sopravvissuti tornano a casa e scoprono che il mondo non li aspettava più.

La terza generazione nasce in un mondo che non sa più bene cosa farsene di loro.

Decavallizzato.

Le città si motorizzano completamente. Le campagne meccanizzano l’agricoltura. I messaggi, quelli che un tempo richiedevano giorni di galoppo, ora viaggiano istantaneamente via telegrafo, poi via telefono, poi via radio. Il cavallo, che era stato il mezzo più veloce per millenni, diventa lento. Inefficiente. Costoso. Effimero. Deperibile.

Ma il cavallo non scompare.

Il Ritorno

Anzi. Mentre perde ogni funzione pratica, qualcosa di inaspettato accade: torna a correre.

Non più per necessità. Non più per trasportare qualcosa o qualcuno da A a B. Corre per il gusto o la condanna di correre. Nascono gli ippodromi moderni. Le corse diventano spettacolo, industria, scommessa. Il cavallo, che un tempo correva perché doveva arrivare in tempo, ora corre perché deve arrivare prima degli altri cavalli, lo dice la scommessa sul suo numero, non più l’urgenza del suo lavoro.

Libero di correre?

Il cavallo corre in cerchio, sempre nello stesso senso, sempre per la stessa distanza. Non porta nessun messaggio. Non salva nessuna vita. Corre perché è veloce, perché è bello da guardare, perché la corsa è l’unica cosa che gli rimane quando tutto il resto è stato automatizzato.

Da qualche altra parte, un altro cavallo non ha idea di questo predicament.

Nelle campagne, lontano dalle città, un cavallo torna ad essere cavallo. Galoppa in un prato non perché costretto, ma perché è quello che ha sempre fatto quando nessuno gli rompeva i coglioni. Nessun cronometro. Nessun messaggio da trasportare. Solo muscoli, vento, altri cavalli, e nella peggiore delle ipotesi una sola vita da salvare, la sua.

Si é completato il processo di cavallificazione: il processo in cui qualcosa perde tutte le sue funzioni e si ritrova a ritornare alla propria essenza, plastica e finta, o naturale e vera. Nessuna indispensabile.

Ora puoi diventare intrattenimento. puoi diventare hobby. Oppure puoi provare a ritrovare quella cosa primordiale, quella corsa che non serve a niente e a nessuno, ma che è profondamente, irriducibilmente tua.

Non sempre si parla di scelta. A volte l’ippodromo è già stato costruito. A volte il recinto è invisibile, ma c’è. A volte corri libero, a volte corri in cerchio, e la differenza non è sempre così chiara come vorresti.

È il caso di ricordarci che siamo stati noi a decidere che il cavallo ci serviva.

E Il cavallo corre, e forse si accontenta senza rispondere a queste domande.

Ma forse noi , geniali menti Divine di esseri umani, dovremmo — prima che qualcuno smetta di scommettere sul nostro numero.

Fine.

Animo, 2025